giovedì 25 dicembre 2014

Il regalo



Quando ieri notte ho scartato il regalo della mia amica, sono rimasta senza parole. 
Bellissimo: uno scialle nero con fiori rossi, proveniente dalla Russia, come testimonia l’etichetta incomprensibile. Come faceva a sapere che sarei impazzita di gioia? Adoro gli scialli, adoro quelli neri stampati con rose rosse e ancora di più li adoro se provengono da qualche terra straniera. 
E’ da poco passata mezzanotte, la chiamerò domani per ringraziarla e non mi rendo conto che il regalo più bello devo ancora scoprirlo. 
Questa mattina la sento al telefono e lei mi dice che da vent’anni quello scialle riposava in cassetto: l’aveva ricevuto in dono dal suo amatissimo marito, che l’aveva comprato durante un viaggio di lavoro nell’ex-Unione sovietica. 
Sento che mi sto emozionando. Son proprio lacrime quelle che sento formarsi nel mio cuore. 
La mia amica mi dice che ne aveva acquistati due e lei aveva preferito indossare quello con il fondo bianco. Quello nero non era proprio nel suo stile. 
Così oggi questo oggetto meraviglioso è appoggiato sulle mie spalle. Il gesto d’amore di lui, che tanti anni fa aveva pensato a lei, ora è qui con me, per festeggiare questo ennesimo Natale.  Lui non c'è più, ma solo fisicamente. Perché gli occhi di lei brillano ancora quando  parla di lui e dovreste sentire con quanta luce le sue parole raccontano le loro avventure. L’amore vero non finisce mai.

mercoledì 24 dicembre 2014

Vado non vado

 
Questa mattina ho deciso di indossare quello che io chiamo un "abito tranquillo": lunghezza appena sopra il ginocchio giusto per evitare l'effetto "zitella in action". E' nero  stampato con fiori viola e rosa. Sono accessoriata con un ciondolo chiama-angeli dotato di catenella rosa, scarpa tacco dieci nera, capelli stirati con la piastra, trucco deciso ma non eccessivo composto da fondotinta-eyeliner nero-fard e un bel po' di copri-occhiaie.
Naturalmente stamattina c'è un traffico che sembra una migrazione di massa e la mia macchina fa una cosa strana: quando freno, il volante vibra, mi sa che quando torno a casa la porto subito dal meccanico. Quando arrivo davanti all'azienda, la nebbia è così fitta che quasi non si vede il palazzo. Il parcheggio per i visitatori è abbastanza grande ed è un bel po' distante dall'entrata. Sono costretta a camminare su una passerella di pietra piuttosto sconnessa che è come una cicatrice sul grande prato che circonda l'edificio. non si sente alcun rumore, solo quello dei miei tacchi su quei sassi irregolari. la nebbia mi entra in gola, mi sembra di sentir pungere. Chissà che disastro i miei capelli, con tuta quella umidità. Finalmente raggiungo la portineria e devo lasciare le mie generalità. 
Ho  voglia di scappare.
Calma, non c'è alcun pricolo imminente, stupida amigdala.
Il portinaio mi annuncia alla segretaria e così mi incammino verso gli uffici del dottor Schwarz, un uomo cortese al limite della freddezza,  assolutamente insignificante che - orrore - veste di marrone e adora parlare di sè come se fosse lo scopritore della cura per ogni tipo di malattia. Vorrei conoscere il segreto degli uomini e della loro autostima: che siano astronauti appena atterrati su Marte o semplici impiegati comunali, qualunque cosa facciano  si atteggiano  come se salvassero il mondo ogni cinque minuti. Ma come fanno? Dopo dieci minuti di passeggiata fra corridoi, anfratti, porticine e salette d'attesa, arrivo davanti alla scrivania dell'assistente, una ragazza gentile sui venticinque anni che mi sorride e mi invita a seguirla. Entro nell'ufficio ma del dottor Schwarz non c'è traccia. Arriverà fra cinque minuti, io intanto posso accomodarmi.
Bene, sono molto rilassata.
Ok, non è vero.
So che un piano sotto di me lavora Daniel.
Ora succede come nei cartoni animati: il pavimento si rompe e io gli cado diretamente sulla  scrivania. Potrebbe venirgli un infarto.
Ah ecco, il mio appuntamento sta per arrivare, sento una voce maschile parlare con la ragazza gentile.
Qualcosa però non mi torna: quel gran pezzo di uomo è il dottor Schwarz?
Non è il dottor Schwarz che avevo incontrato qualche anno fa a un congresso. Questo è alto, con un sacco di capelli biondi sparpagliati a riccioli e un fisico che promette bene nascosto purtroppo da un abito grigio scuro.
-Buongiorno, lei non è il dottor Schwarz che mi aspettavo...-.
-Ah, piacere dottoressa, sì quello era mio padre, ho preso il suo posto sei mesi fa, ora lui si occupa di tutt'altro, fra cui di fare il nonno!-.
Tragedia: Schwarz junior è sposato con figli. Mi si è frantumato il sorriso sulla moquette.
-Ah, che bello, quanti figli ha?-.
-Due, Eleonor e Luke, ora però sono dalla madre -.
Molto interessante: "Dalla madre", parole  che indicano un certo distacco. Sarà separato? Della fede non c'è traccia. Interessante.
-Bene, dottoressa, mi dica tutto -.
Sì, adesso te lo dico però se sorridi così, i miei neuroni fanno fatica.
Chiacchieriamo di lavoro, qualche battua su questo Natale ormai imminente e ci salutiamo dandoci finalmente del tu. Prima di uscire mi scivola l'iPad dalla mano, meno male che la moquette attutisce il colpo. Da vero gentiluomo si precipita a raccoglierlo. Quanto mi mancano i gesti di cavalleria, l'uomo che se li dimentica è come il gelato di soia: buono, ma quello vero è un'altra cosa.
Il colloquio si conclude dopo circa venti minuti, per fortuna perché comincia a farmi male la testa, forse è per il fatto che stanotte ho dormito male. Gigio mi ha svegliata due volte, una per la pappa e una per le coccole. E ho fatto come sempre molta fatica a ricucire i due lembi di sonno staccati. Saluto cordialmente il nuovo dottor Schwarz e la ragazza gentile mi chiede se deve aiutarmi a trovare l'ufficio del mio prossimo appuntamento o se so già dove andare. Sì, ho appuntamento con la dottoressa McCain e so dove si trova ma prima potrei fare un salto qui sotto, penso in un nanosecondo.
Sì, cara ragazza gentile, desidero andare da Daniel e fargli una sorpresa per rompergli le palle, vorrei dirle. Anzi facciamo finta che io non sappia dove lavora il signor Daniel e chiamalo per favore la mia visita, vorrei dirle.
No, lascio perdere, che vada a quel paese Daniel.
Sì, ci vado perché voglio guardarlo negli occhi e rovinargli la giornata.
No, non ci vado, a cosa servirebbe?
E invece sì, perché io non ho paura di niente e di nessuno.
No, non voglio, non mi nteressa.
Devo aver perso il contatto con la realtà per un istante perchè la ragazza gentile mi chiede di nuovo se può aiutarmi. Le sue parole mi strattonano a terra, come un filo che tira un palloncino distratto dall'aria.
-No grazie, so benissimo dove andare, auguri. - rispondo con un sorriso.
Vado. Ora prendo l'ascensore che ho qui di fronte a me e scendo di un piano.
No, non vado.
Sì invece, niente paura, sono una donna che ha affrontato ben altro, cosa mai potrebbe accadere di così terribile dopo un "Ciao Dan, sono passata a salutarti"? -
No, non merita neanche lo sforzo di salutarlo.
Sì, vediamo cosa succede.

Quando esco, l'aria ormai è ancora più grigia, sembra un effetto speciale di quei film francesi lunghi e noiosi, solo che qui non c'è la Tour Eiffel, l'aria non profuma di baguette e non c'è neanche l'uomo innamorato e tormentato che, avvolto nel suo cappotto grigio scuro,  fuma la sua sigaretta e mi dice che mi ama e che mi vuole sposare (trama banale?). 
Così ripercorro la passerella al contrario. Non c'è nessuno. Solo io che nuoto nella nebbia, che mi lascio un grande palazzo alle  spalle e ascolto il rumore della mia vita che cammina nel presente.
Non distinguo alcun contorno, perfino la macchina è stata risucchiata dal grigio.
Ma ora c'è una luce, che viene dalla mia anima e mi fa capire che ho fatto la cosa giusta.
Non sono andata. Vorrei poter chiamare la mia mamma e dirle che non l'ho fatto per mancanza di coraggio ma solo perchè ho imparato a volermi un po' di bene. Vai al diavolo Daniel, tu e le tue paturnie da bambino irrisolto.
E domani sarà un altro Natale.
P.S. Ho scoperto tramite un'amica comune che quel giorno Daniel era in ferie.



lunedì 22 dicembre 2014

La visita natalizia


Non bastava il Natale a rompere le palle che lui stesso sta facendo rotolare in giro. 
Ci voleva anche il mio capo che mi chiedesse di andare a consegnare un paio di pacchi ai soliti importantissimi clienti. E non in un'azienda che so, su Marte. 
No, l'azienda in cui devo andare domani è quella dove lavora Daniel.
Avrei preferito Marte.
Dio che stress. 
Ok, ho chiuso l'amore e tutti suoi orpelli nella Scatola dell'Amor Perduto ma tutto il resto non è evaporato. Sono rimaste le foto e i viaggi che abbiamo fatto insieme, sono rimaste (per fortuna) le numerosissime amicizie in comune, è rimasto un affettuoso rapporto con la mia ex-suocera e tante altre cose fiorite in undici anni di amore.
Quindi la domanda è: che faccio, passo a salutarlo o no?
Sì e faccio quella del "Ciao-non-me-ne-frega-niente-che-tu-esisti-ma-vedi-IO-sono-intelligente-e-non-serbo-rancore-mentre-tu-cacca-di-scarafaggio-lo-covi-eccome-quindi-sei-alla-stregua-di-una-pulce-di-pulce".
E mentre lo faccio naturalmente sto indossando un bell'abito e un paio di tacchi ben fatti perchè si sa che l'altezza delle intenzioni va accompagnata da quella delle scarpe.
Quindi mi immagino la scena: parlo con la segretari adel suo reparto, chiedo di vedere il Signor Daniel, lei mi fa vedere la direzione,  io inciampo nella moquette e poi appaio davanti alla sua scrivania.
Lui impassibile mi dice "Ah, ciao" e inizia a sudare. Mi sembra di vedere le gocce sull'ampissima fronte.
E allora io gli chiedo "Come va?"e lui "Bene", secco come i fichi che abbondano in questo periodo.
Io dico "Ah, bene, dai, era solo un saluto, ciao".
E me ne vado incazzata nera per essermi sentita così cretina.
Quindi no, non ci vado. 
Però se faccio finta di nulla, non affronto il fantasma.
Se non mi presento, rimango col dubbio di cosa sarebbe successo se...
Come diceva il saggio? Meglio avere una delusione che un rimpianto. 
Ma 'sto saggio era un uomo e quindi la sua filosofia è discutibile.
Una volta parlando con il mio amico Gex, mi disse che gli unici rimpianti erano le donne che non si era portato a letto. Dio, che banale.
Da piccola la mia mamma mi diceva sempre che le paure vanno affontate e non evitate. 
Allora mi chiedo: sto evitando una paura o voglio cercarmi un'umiliazione che non mi merito? L'ora della meditazione finisce con la suoneria del cellulare.
-Ah, ciao Antoine! Come stai? -.
-Benone, tu?-.
-Ahm...io bene, stavo riflettendo su una cosa...-.
-Se si tratta di uomini, dimmi tutto, sai che ti ho sempre consigliato bene! -.
Sì come quella volta che mi disse di accettare l'invito a cena di un tizio che secondo Antoine era giusto per me e il tizio, una volta accompagnatami sotto casa, invece di dirmi "Ah, che bello, grazie sono stato benissimo, quando ti posso invitare ancora?" mi ha ficcato la lingua in bocca, dicendo poi che le donne altrimenti ci rimangono male se non vengono "omaggiate" in questo modo. Un signore.
-Effettivamente tesoro stavo riflettendo che domani devo andare nell'azienda dove lavora Daniel e stavo pensando di passare a fargli gli auguri di Natale -.
-Allora mia cara devi promettermi una cosa -.
-Che cosa? -.
-Ti prego fai un video, non voglio perdere la faccia di Daniel quando ti vede! .-
-Che scemo che sei! .- e ridiamo come due bambini stupidi.
Però qualcosa dentro di me si è rotto. Ho un soffio di malinconia nel cuore. Mi chiedo perché. Che cosa gli ho fatto per essere stata cancellata in questo modo assurdo. Non lo amo più ma la sua artificiale indifferenza, mi fa ancora male. Perché non possiamo semplicemente farci gli auguri come due esseri umani normali? Ce la menano tanto con le famiglia allargate e noi dobbiamo far finta di non esistere? Non capisco. Ha fatto tutto lui: mi ha tradita, abbandonata, dimenticata. Uff, che noia. Cosa sta dicendo Antoine?
-Dai bella donna, volevo solo dirti che domani parto e torno fra una settimana e quindi dobbiamo vederci per raccontarcela un po'! Ehi fammi sapere come è andata! -.
Da quando Antoine si è innamorato, è diventato più dolce, meno arrabbiato con la vita, più "accogliente" nei confronti delle persone. Io credo che non sia cambiato: l'amore che prova per la sua donna gli ha permesso di tagliar equella coltre pesante che lo opprimeva, liberando il "vero" Antoine. 
Domani che abito indosserò?