mercoledì 24 dicembre 2014

Vado non vado

 
Questa mattina ho deciso di indossare quello che io chiamo un "abito tranquillo": lunghezza appena sopra il ginocchio giusto per evitare l'effetto "zitella in action". E' nero  stampato con fiori viola e rosa. Sono accessoriata con un ciondolo chiama-angeli dotato di catenella rosa, scarpa tacco dieci nera, capelli stirati con la piastra, trucco deciso ma non eccessivo composto da fondotinta-eyeliner nero-fard e un bel po' di copri-occhiaie.
Naturalmente stamattina c'è un traffico che sembra una migrazione di massa e la mia macchina fa una cosa strana: quando freno, il volante vibra, mi sa che quando torno a casa la porto subito dal meccanico. Quando arrivo davanti all'azienda, la nebbia è così fitta che quasi non si vede il palazzo. Il parcheggio per i visitatori è abbastanza grande ed è un bel po' distante dall'entrata. Sono costretta a camminare su una passerella di pietra piuttosto sconnessa che è come una cicatrice sul grande prato che circonda l'edificio. non si sente alcun rumore, solo quello dei miei tacchi su quei sassi irregolari. la nebbia mi entra in gola, mi sembra di sentir pungere. Chissà che disastro i miei capelli, con tuta quella umidità. Finalmente raggiungo la portineria e devo lasciare le mie generalità. 
Ho  voglia di scappare.
Calma, non c'è alcun pricolo imminente, stupida amigdala.
Il portinaio mi annuncia alla segretaria e così mi incammino verso gli uffici del dottor Schwarz, un uomo cortese al limite della freddezza,  assolutamente insignificante che - orrore - veste di marrone e adora parlare di sè come se fosse lo scopritore della cura per ogni tipo di malattia. Vorrei conoscere il segreto degli uomini e della loro autostima: che siano astronauti appena atterrati su Marte o semplici impiegati comunali, qualunque cosa facciano  si atteggiano  come se salvassero il mondo ogni cinque minuti. Ma come fanno? Dopo dieci minuti di passeggiata fra corridoi, anfratti, porticine e salette d'attesa, arrivo davanti alla scrivania dell'assistente, una ragazza gentile sui venticinque anni che mi sorride e mi invita a seguirla. Entro nell'ufficio ma del dottor Schwarz non c'è traccia. Arriverà fra cinque minuti, io intanto posso accomodarmi.
Bene, sono molto rilassata.
Ok, non è vero.
So che un piano sotto di me lavora Daniel.
Ora succede come nei cartoni animati: il pavimento si rompe e io gli cado diretamente sulla  scrivania. Potrebbe venirgli un infarto.
Ah ecco, il mio appuntamento sta per arrivare, sento una voce maschile parlare con la ragazza gentile.
Qualcosa però non mi torna: quel gran pezzo di uomo è il dottor Schwarz?
Non è il dottor Schwarz che avevo incontrato qualche anno fa a un congresso. Questo è alto, con un sacco di capelli biondi sparpagliati a riccioli e un fisico che promette bene nascosto purtroppo da un abito grigio scuro.
-Buongiorno, lei non è il dottor Schwarz che mi aspettavo...-.
-Ah, piacere dottoressa, sì quello era mio padre, ho preso il suo posto sei mesi fa, ora lui si occupa di tutt'altro, fra cui di fare il nonno!-.
Tragedia: Schwarz junior è sposato con figli. Mi si è frantumato il sorriso sulla moquette.
-Ah, che bello, quanti figli ha?-.
-Due, Eleonor e Luke, ora però sono dalla madre -.
Molto interessante: "Dalla madre", parole  che indicano un certo distacco. Sarà separato? Della fede non c'è traccia. Interessante.
-Bene, dottoressa, mi dica tutto -.
Sì, adesso te lo dico però se sorridi così, i miei neuroni fanno fatica.
Chiacchieriamo di lavoro, qualche battua su questo Natale ormai imminente e ci salutiamo dandoci finalmente del tu. Prima di uscire mi scivola l'iPad dalla mano, meno male che la moquette attutisce il colpo. Da vero gentiluomo si precipita a raccoglierlo. Quanto mi mancano i gesti di cavalleria, l'uomo che se li dimentica è come il gelato di soia: buono, ma quello vero è un'altra cosa.
Il colloquio si conclude dopo circa venti minuti, per fortuna perché comincia a farmi male la testa, forse è per il fatto che stanotte ho dormito male. Gigio mi ha svegliata due volte, una per la pappa e una per le coccole. E ho fatto come sempre molta fatica a ricucire i due lembi di sonno staccati. Saluto cordialmente il nuovo dottor Schwarz e la ragazza gentile mi chiede se deve aiutarmi a trovare l'ufficio del mio prossimo appuntamento o se so già dove andare. Sì, ho appuntamento con la dottoressa McCain e so dove si trova ma prima potrei fare un salto qui sotto, penso in un nanosecondo.
Sì, cara ragazza gentile, desidero andare da Daniel e fargli una sorpresa per rompergli le palle, vorrei dirle. Anzi facciamo finta che io non sappia dove lavora il signor Daniel e chiamalo per favore la mia visita, vorrei dirle.
No, lascio perdere, che vada a quel paese Daniel.
Sì, ci vado perché voglio guardarlo negli occhi e rovinargli la giornata.
No, non ci vado, a cosa servirebbe?
E invece sì, perché io non ho paura di niente e di nessuno.
No, non voglio, non mi nteressa.
Devo aver perso il contatto con la realtà per un istante perchè la ragazza gentile mi chiede di nuovo se può aiutarmi. Le sue parole mi strattonano a terra, come un filo che tira un palloncino distratto dall'aria.
-No grazie, so benissimo dove andare, auguri. - rispondo con un sorriso.
Vado. Ora prendo l'ascensore che ho qui di fronte a me e scendo di un piano.
No, non vado.
Sì invece, niente paura, sono una donna che ha affrontato ben altro, cosa mai potrebbe accadere di così terribile dopo un "Ciao Dan, sono passata a salutarti"? -
No, non merita neanche lo sforzo di salutarlo.
Sì, vediamo cosa succede.

Quando esco, l'aria ormai è ancora più grigia, sembra un effetto speciale di quei film francesi lunghi e noiosi, solo che qui non c'è la Tour Eiffel, l'aria non profuma di baguette e non c'è neanche l'uomo innamorato e tormentato che, avvolto nel suo cappotto grigio scuro,  fuma la sua sigaretta e mi dice che mi ama e che mi vuole sposare (trama banale?). 
Così ripercorro la passerella al contrario. Non c'è nessuno. Solo io che nuoto nella nebbia, che mi lascio un grande palazzo alle  spalle e ascolto il rumore della mia vita che cammina nel presente.
Non distinguo alcun contorno, perfino la macchina è stata risucchiata dal grigio.
Ma ora c'è una luce, che viene dalla mia anima e mi fa capire che ho fatto la cosa giusta.
Non sono andata. Vorrei poter chiamare la mia mamma e dirle che non l'ho fatto per mancanza di coraggio ma solo perchè ho imparato a volermi un po' di bene. Vai al diavolo Daniel, tu e le tue paturnie da bambino irrisolto.
E domani sarà un altro Natale.
P.S. Ho scoperto tramite un'amica comune che quel giorno Daniel era in ferie.



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